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La sostenibilità non è solo ambientale.

La sostenibilità non è solo ambientale.

G: Lo sai che ieri l’azienda dove lavoro ha vinto un importante premio per la sostenibilità?!

 

L: Dai! Sono molto felice per voi! Al giorno d'oggi non tutte le aziende raggiungono questo traguardo. Però lo sai che la sostenibilità non è solo ambientale vero?!

 

G: Io pensavo che fosse una parola legata al fatto che stiamo affrontando una crisi climatica e che la sostenibilità fosse una possibile soluzione. Ma sono curioso di capire meglio, anche perché è una parola nuova, spiegami di più!

 

L: Una azienda per essere davvero sostenibile deve avere tre tipi di sostenibilità: economica, sociale e ambientale. E ognuna di queste tipologie deve essere in equilibrio con le altre per far sopravvivere l’azienda. Per renderla efficiente nel lungo periodo.

 

L: Ora tii faccio una domanda: questa azienda dove lavori chi assume?

 

G: Ma sai...viviamo in un piccolo posto, ha iniziato assumendo tutti i parenti, poi gli amici e subito dopo i conoscenti. Cosi facendo ha risollevato l’economia del luogo. E anche il mio umore, avevo appena perso il lavoro...

 

L: E voi dipendenti la amate per questo, vero?

 

G: Si, certo! E come non potremmo!

 

L: Perché questa è una vecchia strategia aziendale di controllo. Voi siete grati per aver dato un lavoro a tutta la vostra famiglia. Ma non vi rendete conto che cosi facendo siete tutti ricattabili. Uno solo di voi ha un problema con il manager e via tutta la famiglia. Non vi rende indipendenti e autonomi.

 

G: Cavolo! Non ci avevo pensato!

 

L: Non solo! Cosi il dipendente è solo un esecutore non pensante. Con questo ricatto emotivo l’imprenditore può far passare le sue idee e i suoi progetti e farsi amare per questo. Essere considerato un leader sicuro di sé. In genere chi agisce così è un imprenditore che crede servano solo le sue idee per portare avanti l’azienda.

 

G: Dai non esagerare! É comunque l’unico che ci ha dato un lavoro in mezzo al nulla! Che mi ha assunto in un momento difficile della mia vita.

 

L: Allora ti faccio un’altra domanda. Che tipi di contratto ha fatto a voi dipendenti?

 

G: Un contratto dove fondamentale non abbiamo ne diritti ma neanche doveri. Così siamo più liberi di muoverci e di fare come vogliamo.

 

L: Sicuramente questo ha permesso a molti di voi di fare al di fuori dell'azienda dei lavori al nero. Però per fortuna, quella generazione tra poco andrà in pensione e la finirà con questo sistema perverso. Ma a parte questo: quanti di voi con quel contratto possono chiedere un mutuo? Quanti possono programmare la propria vita, sognare tranquillamente una famiglia o permettersi di creare ciò che sognano?

 

G: Beh ora che mi ci fai pensare,  due anni fa io e mia moglie siamo andati in banca perché volevamo comprare una casa. Era tanto che stavamo cercando, quando a Marzo abbiamo trovato quella perfetta per noi. Piccolina ma molto luminosa e funzionale. Sai come piacciono a me... Solo che ci è stato risposto dalla banca che non avevamo garanzie. Cosi abbiamo dovuto chiedere la firma ai nostri genitori, manco avessimo più 15 anni! 

 

L: Mi dispiace... sono sicuro che se vorrai davvero, potrete comprarvela. Ma posso farti un’altra domanda?

 

G: Certo! Mi fa sempre piacere parlare con te, così mi sento stimolato. 

 

L: Grazie Giovanni, anche a me fa molto piacere!

 

L: Senti, ma quando chiamano un consulente esterno come si comportano?!

 

G: Mah non saprei. Credo come le altre aziende. Quando hanno un problema che non sono riusciti a risolvere internamente, chiamano un consulente che lavori secondo i loro metodi e strategie. Gli permettono cosi anche di avere un curriculum con i fiocchi!

 

L: Siamo messi peggio più di quanto pensavo...Cioè vorresti dirmi che loro chiamano un esperto esterno ormai quando il problema è in fase acuta, gli chiedono una analisi e poi vogliono che lui/lei lavori con le stesse strategie e metodi che hanno causato il problema?! È come andare dallo psicologo e dirgli: si guardi grazie dell’analisi del problema però se potesse curarmi come dico io sarebbe meglio! Qui si ritorna al solito problema!

 

G: Cioè?!

 

L: Che l’imprenditore pensa che siano necessarie solo le sue idee per portare avanti l’azienda. I dipendenti e consulenti esterni sono solo esecutori di quella visione. Non partecipano alla visione, non sono in relazione.

 

G: Che significa quando dici “non sono in relazione”?

 

L: Una relazione è quando in un rapporto tra più sistemi c’è una interazione che non va solo da A a B ma anche da B ad A. Nei sistemi complessi addirittura da A a B, C e D, D con E, F e A ecc. Altrimenti è un monologo. Quando parli con una persona scambi delle idee, dei concetti, delle esperienze. Per migliorarsi insieme. Se parli solo te imponi il tuo modo di vedere il mondo.

 

G: Hai proprio ragione! Io pensavo fosse invece sicurezza e leadership questo modo di comportarsi!

 

L: Si perché era cosi fino a 50 anni fa e purtroppo questo sistema è ancora forte qui in Italia. Non ti hanno abituato a prendere decisioni. A prenderti cura della tua felicità. In ciò che credi e ami davvero. Hanno preso decisioni al tuo posto e così facendo ti hanno assistito. E come tutti sappiamo che l’assistenza crea dipendenza. Invece io credo che un imprenditore non solo debba fare un percorso di crescita personale ma anche strategico.

 

G: Cosa intendi dire?

 

L: Un imprenditore e il suo team devono ad un certo punto, mettere l’azienda nelle condizioni di poter crescere e migliorarsi senza il loro contributo. Una azienda deve rendersi autonoma. Solo cosi l’imprenditore insieme ai propri dipendenti, scelti non per una laurea ma sopratutto per i risultati che hanno raggiunto nella loro vita (salvo casi specializzati tipo medici), possono pensare alla strategia, agli asset.

 

G: Hai ragione anche perché se l’azienda dovesse un giorno essere acquisita dall’esterno, si troveranno costretti a venderla con l’imprenditore al suo interno. Per non far cadere tutto.

 

L: Sono proprio felice! Vedo che inizi a capire il mio ragionamento! L’azienda dove lavori, dà solo soluzioni e non insegna invece un metodo per trovarne quante ne volete. È ovvio che una azienda lavori con forza verso la propria vision, ma cosi stanno creando degli schiavi.

Però se posso, vorrei farti un’ultima domanda, che tra poco devo andare a prendere mia figlia a scuola.

 

G: Vai! Che anche io devo correre agli allenamenti!

 

L: Che tipo di comunicazione hanno all’esterno?! Cosa dicono sui giornali, sui social?

 

G: Beh, solitamente parla l’imprenditore quando la tematica è importante ma nella maggior parte dei casi esaltano le qualità dei loro prodotti. Del fatto che sono leader del mercato nel loro settore. I dipendenti invece nei loro post parlano sempre di quanto l’azienda sia fantastica e di quanto stia crescendo.

 

L: Già da queste parole riesco a capire alcune cose. I dipendenti che scrivono post meravigliosi sull’azienda sono grossomodo di due tipi: quelli che hanno valori simili all’azienda malgrado non si rendano conto di essere ricattabili e quelli che sono solo ricattabili senza però credere nei valori dell’azienda. Come ho detto prima, in molti amano l’azienda semplicemente perché ha dato loro un lavoro in un momento di difficoltà economica. Invece nella comunicazione aziendale lo sai cosa non stanno facendo? La stessa cosa che non fanno verso l’interno. Perché non la reputano importante. Perché...

 

G: Contano solo le idee dell’imprenditore, giusto?!

 

L: Esatto! Ormai hai capito ;-) Ti ho insegnato un modo per ragionare in modo indipendente! 

 

L: Non stanno creando relazioni. Hanno più di 300.000 follower su facebook e massimo 100 like ai post. Lo sai perché? Perché il loro è un monologo. Perché promuovono solo i prodotti. Ma quante persone proprio in quel momento che stanno leggendo quel post hanno bisogno di quel prodotto?!

 

G: Direi quasi nessuna.

 

L: Esatto. Se non crei una relazione vera con i tuoi clienti, come ho già spiegato, sarà un monologo. Ma sai, per loro è più facile cosi. Perché creare una relazione implica diverse cose. Implica in primis che tu debba amare il tuo lavoro, implica che tu debba impiegare molto tempo perché una relazione è come una pianta: va innaffiata, concimata e curata. 

 

L: Sai Giovanni, malgrado molte persone non se ne rendano conto ma le grandi aziende sono quelle che hanno più di tutte difficoltà a cavalcare i cambiamenti. Perché sono fatte di tante persone, quindi di tante relazioni.

È un sistema complesso adattivo, che impara dall’esperienza.

Quindi arriva un punto, al massimo di crescita possibile con quelle risorse, che devi allineare i cambiamenti del mercato con gli asset dell’azienda. Con la sua identità. E se le persone non le hai mai formate veramente a prendersi cura di se stesse, non le hai assunte perché credono fermamente nella vision dell’azienda, allora il castello potrebbe crollare.

 

G: Cavolo ma cosi perderemo tutti il lavoro! Saremo perduti!

 

L: Alcuni si altri no. I fallimenti sono la chiave per il successo. Ti permettono, se li analizzi, di migliorarti. Di fare due passi indietro per farne dieci in avanti. E quel fallimento potrebbe essere una grande opportunità per ognuno di voi. Del prendersi cura di se stessi, nel fare finalmente il lavoro che amate o che almeno vi valorizzi. Ad un certo punto inizierai a capire che è più importante vivere che guadagnarsi da vivere.

 

G: Hai proprio ragione. Stasera dopo gli allenamenti, inizio a progettare quella passione di cui ti parlavo prima.

 

L: Bravo Giovanni. Ora scappo che sono in ritardo come al solito! Ci sentiamo domani, un abbraccio!

 

G: Un abbraccio anche a te! A domani!

 

 

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